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By Revelli, Marco

Dalle fessure che sempre più numerose iniziano a incrinare los angeles superficie levigata dell'ordine formale, sembrano occhieggiare – minacciosi – i riflessi di una sorta di potere impalpabile, invisibile, astratto e impersonale, ma tuttavia feroce.

È stata l''invenzione della città' l. a. grande innovazione che ha avviato los angeles pratica di addomesticamento del potere. Al riparo delle sue mura, nello 'spazio protetto' da cui sono kingdom tenute fuori le forze del caos, è stato possibile cominciare a porre sotto controllo le potenze distruttive con cui si period espressa fino advert allora los angeles natura selvaggia del dominio. E immaginare un modello di ordine a dimensione umana. I due miti fondativi, di Medusa e di Perseo, da un lato, e delle Sirene e di Ulisse, di cui si occupa questo libro, dall'altro, raccontavano appunto questo passaggio dal 'numinoso' (e dal 'mostruoso') all''umano': questa sorta di trasformazione del carattere 'demoniaco' del potere, da entità selvaggia e incontrollata a strumento assoggettato a un qualche progetto 'civile'. Che accadrà ora, nel momento in cui los angeles solidità dei 'luoghi' sembra vacillare e sciogliersi sotto l. a. spinta travolgente dei 'flussi' finanziari, e quelle linee di confine farsi incerte e permeabili, esposte alle minacce dei primordiali 'demoni del potere'?

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Non attirano (e catturano) con l’immagine, ma con il suono. Il senso che le caratterizza non è la vista, ma l’udito. Il veicolo mortale del loro incantamento non è l’occhio, ma l’orecchio. La mossa fatale per chi le incontra non è il «levare lo sguardo», ma il «porsi in ascolto». È l’ascolto il gesto che perde. Tuttavia, detto questo, l’interrogativo rimane. Perché il canto delle Sirene è così irresistibile? E da dove deriva la sua distruttività? In che cosa consiste la potenza del loro appello, tale da far perdere in chi l’accoglie il controllo (e il possesso) di sé: da impedirgli fin anche di «vedere» le ossa e i teschi biancheggianti, la pelle putrida e i resti umani che circondano, sul prato verdeggiante, le cantatrici?

Nell’ambito della «teoria dell’immagine»33, e dell’ampio dibattito che vi si svolse, queste pagine di Kracauer sono state ricondotte esplicitamente e autorevolmente a sostegno di quella «estetica della redenzione» che contrappone all’«iconoclasta» Adorno le posizioni di coloro (Benjamin in primo luogo, accanto a Kracauer) che assegnano all’«immagine-scudo» un potere liberatorio e conoscitivo (epistemologico) di rilievo strategico (il «coraggio di capire» e il «coraggio per capire»)34. Così, ad esempio, in contrapposizione a Gérard Wajcman che, a proposito di ­Auschwitz, cita il mito di Medusa per denunciare «il potere pacificante delle immagini nei confronti del reale»35, ­Georges Didi-Huberman ne rivendica per intero il potenziale di «emancipazione»36.

Kracauer si era spinto persino più a fondo nel labirinto simbolico del mito, scrivendo che esso «insinua anche che le immagini sullo scudo o sullo schermo sono mezzi per un fine (means to the end)»40. Intendeva con ciò dire, nello specifico del suo argomentare, che quelle immagini «sono lì per permettere allo spettatore», o per convincerlo almeno della possibilità «di decapitare l’orrore che esse riflettono»41. Ma nella sua icasticità, presa in sé, l’affermazione ci riconduce all’analogia che stavamo esplorando, sulle orme di Kelsen, non solo tra la Gorgone e il potere primigenio ma anche tra lo scudo di Perseo e la coppia virtuosa pactum-jus: tra l’immagine-specchio della mitologia antica e l’ordinamento giuridico della teoria politica moderna.

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